C'era una volta, nel blu profondo e scintillante dell'oceano, una bellissima barriera corallina piena di colori. Lì vivevano tre amici inseparabili, molto diversi tra loro ma sempre pronti a giocare insieme.
Il primo era Dino il Delfino. Dino era velocissimo, faceva salti altissimi fuori dall'acqua e amava fare Splash! con la sua grande coda.
Il secondo era Otto il Polpo. Otto era un tipo molto buffo: aveva ben otto braccia (chiamate tentacoli) ed era super intelligente. Riusciva persino a cambiare colore quando era felice!
La terza era Camilla il Cavalluccio Marino. Camilla era piccolissima, gialla e luminosa. Non nuotava veloce come Dino, ma era molto attenta e aveva una codina speciale con cui si aggrappava dolcemente alle alghe per non farsi trasportare dalla corrente.
Un giorno, mentre i tre amici giocavano a nascondino, sentirono una vocina provenire da una roccia.
«Aiuto! Aiutoooo!»
Si avvicinarono e videro una piccola stella marina che era scivolata dentro una grotta strettissima e buia. Non riusciva più a uscire!
«Non preoccuparti, piccola stella! Ti salviamo noi!» disse Dino il Delfino, gonfiando il petto. Prese la rincorsa e provò a infilare il suo lungo muso nella grotta. Ma ahi! La grotta era troppo stretta e lui era troppo grande. Non riusciva a passare.
«Lascia fare a me!» disse Otto il Polpo. «Ho le braccia lunghe!» Otto allungò uno dei suoi morbidi tentacoli dentro la grotta. Ma dentro era buio pesto! Otto tastava di qua e di là, ma non riusciva a trovare la stella marina. «Non vedo nulla, è troppo buio!» disse Otto, un po' triste.
I due grandi amici si guardarono sconsolati. Come potevano fare?
A quel punto, si fece avanti la piccola Camilla.
«Aspettate, amici!» disse il cavalluccio marino. «Dino è troppo grande. Otto non riesce a vedere al buio. Ma io... io sono piccolissima! Posso entrare nella grotta. Però non sono abbastanza forte per tirare fuori la stella marina da sola. Dobbiamo fare squadra!»
Dino e Otto sorrisero. «Che bella idea, Camilla! Dicci cosa fare!»
Il piano di Camilla era perfetto. Camilla nuotò coraggiosamente nella stretta grotta. Grazie ai suoi grandi occhi abituati a guardare tra le alghe, vide subito la stella marina.
«L'ho trovata!» gridò Camilla da dentro. «Otto, allunga il tuo tentacolo! Ti guido io!»
Otto infilò di nuovo il tentacolo. «Un po' più a destra, Otto... Ora più in basso... Stop! Ci sei!» lo guidò la piccola Camilla. Otto avvolse delicatamente la stella marina.
Nel frattempo, Dino il Delfino usò la sua coda per spostare la sabbia fuori dalla grotta, creando una piccola corrente d'acqua pulita che aiutò Otto a scivolare fuori più facilmente.
Hop! In un attimo, la stella marina era di nuovo fuori, salva e felice.
«Grazie, grazie, grazie!» disse la stellina, abbracciando i tre amici uno per uno.
Dino, Otto e Camilla fecero un girotondo di gioia. Quel giorno avevano imparato una lezione bellissima: non importa se sei grande e veloce, se hai tante braccia o se sei piccolino. Ognuno di noi ha un talento speciale e, quando uniamo le nostre forze e lavoriamo insieme, possiamo risolvere qualsiasi problema!
Da quel giorno, i tre amici diventarono la squadra di soccorso più famosa di tutto l'oceano.
Fine
Nella rigogliosa Valle Smeralda, il Grande Fiume, fonte di vita per ogni creatura, aveva smesso improvvisamente di scorrere. Il letto del fiume era ormai una strada di fango secco e i pesci boccheggiavano nelle poche pozze rimaste.
Corazon, un pastore tedesco dal pelo lucido e dall'intelligenza quasi umana, arrivò per primo sulla riva. Le sue orecchie scattarono in avanti: il suo super udito captò un ronzio meccanico lontano chilometri, proveniente dall'interno della Montagna della Nebbia. Arricciò il naso: il suo super olfatto non sentiva l'odore della pioggia, ma quello acre di olio motore e ruggine.
«Qualcuno ha bloccato la sorgente,» abbaiò Corazon, sebbene nessuno fosse lì per capirlo.
«Hai ragione, amico peloso!» esclamò una voce dall'alto. Con un'agilità impressionante, Mastrac atterrò accanto a lui. La scimmia indossava un'armatura leggera e portava sulla schiena una spada che crepitava di energia statica. «Sono Mastrac. Ho visto la siccità dall'alto degli alberi. Chi farebbe una cosa del genere?»
Prima che il cane potesse rispondere, una figura umanoide emerse silenziosamente dall'ombra degli alberi. Era Helia, la pelle dura come cuoio e le mani che terminavano con lunghi artigli scintillanti. «Qualcuno che vuole controllare l'acqua per controllare noi,» disse freddamente, flettendo le sue lame affilate. «Io sono Helia. Se vogliamo salvare la valle, dobbiamo agire insieme.»
I tre eroi si diressero verso la Montagna della Nebbia. Arrivati davanti a una parete di roccia apparentemente solida, Corazon attivò la sua vista a raggi X.
«Guardate!» comunicò agli altri, indicando un punto preciso. «Dietro questa roccia c'è una valvola gigantesca e... delle guardie robotiche.»
«Lasciate fare a me,» disse Helia. Con un movimento fulmineo, affondò i suoi artigli nella roccia e la squarciò come se fosse carta bagnata, creando un passaggio.
All'interno, trovarono una gigantesca diga artificiale costruita all'interno della caverna. A comandare le operazioni c'era il Generale Ruggine, un enorme cyborg ossessionato dal profitto, che rideva sguaiatamente. «L'acqua è mia! Chi la vuole, dovrà pagare in oro!»
Il Generale premette un pulsante e un esercito di droni acquatici si lanciò contro gli eroi.
«Mastrac, ora!» urlò Helia mentre tagliava in due un drone con un solo colpo.
La scimmia estrasse la sua Katana del Fulmine. «È tempo di un po' di shock!» Con un balzo acrobatico, Mastrac colpì l'acqua ai piedi del Generale Ruggine. La scossa elettrica viaggiò attraverso il liquido, mandando in corto circuito i sistemi di difesa del nemico, ma il Generale, isolato nella sua cabina di comando, attivò un cannone laser.
L'oscurità della caverna rendeva difficile mirare. Mastrac sorrise. «Ti serve un po' di luce?» La scimmia chiuse gli occhi e sprigionò l'Abbaglio del Sole. Un lampo di luce purissima e accecante riempì la caverna, costringendo il Generale Ruggine a coprirsi i sensori ottici, urlando per il sovraccarico visivo.
Approfittando della cecità momentanea del nemico, Corazon vide, grazie ai raggi X, il nucleo energetico che alimentava la diga sotto la corazza del Generale.
«Helia! Colpisci sotto il braccio sinistro! Lì c'è il generatore!» abbaiò il cane, indicando il punto debole.
Helia scattò in avanti, schivando i colpi alla cieca del nemico, e con precisione chirurgica affondò gli artigli nel punto indicato. Crrack! Il metallo cedette e il Generale si spense con un suono sordo, crollando a terra.
Senza più controllo, la diga iniziò ad aprirsi. L'acqua pura e fresca ricominciò a scorrere impetuosa, uscendo dalla montagna e riempiendo nuovamente il letto del Grande Fiume.
Fuori dalla caverna, mentre il sole tramontava riflettendosi sull'acqua tornata libera, i tre si guardarono.
«Siamo una bella squadra,» disse Mastrac, rinfoderando la katana.
Corazon scodinzolò, annusando l'aria fresca e pulita, mentre Helia accennò un raro sorriso.
La Valle Smeralda era salva.
Fine
Il cielo sopra Metropolis era una lastra di piombo. Le nuvole nere ribollivano, illuminate solo dai lampi di una tempesta elettrica improvvisa e violenta, come la città non ne vedeva da anni.
Al Daily Planet, Clark Kent aggiustò gli occhiali sul naso, fingendo di ascoltare le lamentele di Perry White sulla scadenza della prima pagina. In realtà, il suo udito era concentrato altrove. Oltre il tuono, oltre il traffico, sentì un suono agghiacciante: lo stridio del metallo che si torce e cede.
Veniva dal Ponte Centennial, la gigantesca struttura sospesa che collegava Metropolis alla terraferma.
Un fulmine aveva colpito il pilone centrale. I cavi d'acciaio si stavano spezzando come fili di cotone.
«Scusa Perry,» mormorò Clark, sparendo verso il ripostiglio delle scope. «Ho... ho dimenticato la penna in archivio.»
Un secondo dopo, un boom sonico scosse i vetri del grattacielo. Una scia rossa e blu fendeva l'aria, più veloce di un proiettile, più potente di una locomotiva.
Quando Superman arrivò al ponte, la scena era apocalittica. La campata centrale si era inclinata pericolosamente. Decine di auto stavano scivolando verso l'abisso, dove le acque scure dell'oceano si infrangevano con violenza.
Nel punto più basso, un autobus scolastico giallo dondolava sul bordo spezzato, tenuto fermo solo da un frammento di asfalto che si stava sgretolando.
«Aiuto!» gridavano i bambini all'interno.
Il pezzo di strada cedette. L'autobus precipitò nel vuoto.
Ma non toccò mai l'acqua.
Con un fruscio di mantello cremisi, Superman scese in picchiata. Afferrò il paraurti dell'autobus con una sola mano, fermando la caduta di tonnellate di metallo come se fosse una piuma. I bambini, sballottati ma salvi, guardarono fuori dal finestrino. Videro il volto dell'uomo che fluttuava a mezz'aria, tranquillo, con un ricciolo nero sulla fronte.
«Tenetevi forte, ragazzi,» disse Superman con voce calma e rassicurante. «Vi riporto su.»
Depositò l'autobus sulla parte sicura della strada, ma non c'era tempo per i ringraziamenti. Un boato terribile fece tremare l'aria. L'intera struttura del ponte stava collassando. Migliaia di persone erano intrappolate sulle corsie.
Superman volò sotto il ponte. Posizionò le mani contro il cemento armato e l'acciaio della base.
Sentì il peso di centinaia di veicoli, dell'asfalto bagnato, della struttura immensa. I muscoli delle sue braccia si tesero sotto il costume blu. Il peso era inconcepibile, schiacciante.
Per un momento, il ponte continuò a scendere. Nemmeno lui sembrava abbastanza forte.
Superman strinse i denti. Pensò alle persone nelle auto. Ai padri che tornavano a casa, alle madri, agli amici.
Non oggi.
Attinse a ogni riserva di energia che il sole giallo gli aveva donato. I suoi occhi si illuminarono di rosso. Usò la vista calorifica per saldare istantaneamente le travi d'acciaio spezzate, mentre con la schiena spingeva l'intero ponte verso l'alto.
«SU!» gridò, e la sua voce sovrastò il tuono.
Lentamente, centimetro dopo centimetro, il Ponte Centennial si raddrizzò.
Superman volò a velocità ipersonica, intrecciando i cavi spezzati e annodandoli con le mani nude, sigillando le crepe con il calore dei suoi occhi e raffreddandole subito dopo con il suo soffio artico.
In meno di un minuto, il ponte era stabile.
La pioggia cessò, lasciando spazio a un raggio di sole che bucò le nuvole proprio dove l'eroe fluttuava.
Un bambino scese dall'autobus e corse verso la ringhiera.
«Grazie, Superman!» urlò.
L'Uomo d'Acciaio si voltò. Fluttuava a pochi metri da terra, il mantello che ondeggiava maestoso nel vento residuo. Sorrise, e quel sorriso sembrava dare più calore del sole stesso.
«State attenti sulla via del ritorno,» disse.
Poi, con un balzo che sfidava la gravità, schizzò verso l'alto, scomparendo tra le nuvole, pronto a vegliare su chiunque altro avesse bisogno di lui. Perché non erano i suoi muscoli a renderlo un eroe, ma il fatto che c'era sempre quando qualcuno aveva bisogno di speranza.
Fine
Nella Valle del Bambù, viveva Paolo, un panda decisamente particolare. Mentre gli altri panda passavano le giornate ad arrampicarsi sugli alberi per tenersi in forma, Paolo aveva una filosofia di vita diversa: «Se non puoi raggiungerlo rotolando, allora non ne vale la pena».
Paolo era famoso per tre cose: dormiva in posizioni assurde (una volta si addormentò a testa in giù appeso per un piede); era incredibilmente generoso: se aveva due canne di bambù, te ne dava una e mezza; amava il gelato più di ogni altra cosa al mondo.
Un giorno, però, era una giornata triste per Paolo. Era il «Lunedì del Movimento», il giorno in cui la maestra Gru obbligava tutti gli animali a fare stretching. Paolo, per evitare la ginnastica, si era nascosto dietro un cespuglio di bacche ghiacciate, portandosi dietro il suo tesoro segreto: un barattolo di latte condensato e miele.
«Niente flessioni per me,» ridacchiava Paolo, «solo colazioni.»
Proprio in quel momento, un bagliore arancione illuminò la neve. Era Cassandra, la supereroina Volpe Bianca. Stava pattugliando il confine della foresta per assicurarsi che nessuno avesse freddo.
Vide il grosso sedere bianco e nero di Paolo spuntare dal cespuglio.
«Ehm... scusi, signor Sasso Peloso?» chiese Cassandra divertita.
Paolo sobbalzò, ma essendo un burlone, rimase immobile. «Non sono un panda! Sono una roccia vulcanica molto soffice. Vattene, volpe luminosa!»
Cassandra rise. «Le rocce non parlano, e di solito non profumano di latte e miele.»
Paolo si girò, sospirando. «Mi hai beccato. Sono Paolo. Mi nascondo dalla ginnastica. Vuoi un po' di miele? Te lo regalo volentieri, basta che non mi chiedi di toccarmi le punte dei piedi. Non le vedo dal 2019.»
Cassandra notò che Paolo aveva un problema. Aveva il latte, aveva il miele, e aveva le bacche. Ma le bacche erano intrappolate in un blocco di ghiaccio durissimo.
«Vorrei farmi un gelato ai frutti di bosco,» piagnucolò il panda, «ma il ghiaccio è troppo duro e io sono troppo pigro per romperlo.»
Cassandra sorrise. Le venne un'idea.
«Facciamo un patto, Paolo. Io uso il mio potere del fuoco gentile per sciogliere il ghiaccio quel tanto che basta per liberare le bacche. In cambio, tu devi preparare il gelato per tutti e due.»
«Affare fatto!» esultò Paolo. «Preparare il gelato è facile, basta guardarlo, no?»
Cassandra scosse la testa. Avvicinò le zampe al blocco di ghiaccio. Una luce calda e dorata avvolse le bacche, che si liberarono perfettamente senza cuocersi. Paolo le tuffò nel barattolo col latte e il miele e chiuse il coperchio.
«Ecco fatto,» disse il panda sedendosi. «Ora aspettiamo che diventi gelato.»
«No, Paolo,» disse Cassandra con un luccichio furbo negli occhi. «Il segreto del gelato perfetto è che deve essere agitato. Devi scuotere il barattolo forte, molto forte, per dieci minuti!»
Paolo sbianì. «Scuotere? Ma è... fatica! È quasi ginnastica!»
«Beh, se non lo scuoti, rimane solo latte freddo,» rispose Cassandra leccandosi i baffi. «Peccato, sembrava buono...»
La golosità di Paolo era più forte della sua pigrizia. Si alzò in piedi, afferrò il barattolo e iniziò a scuoterlo.
Shake! Shake! Shake!
«Più in alto!» gridava Cassandra, fingendosi un'allenatrice severa.
Paolo alzava le braccia.
«Ora fai uno squat mentre scuoti!» suggerì la volpe.
«Mai!» gridò Paolo, ma per non far cadere il barattolo, piegò le gambe.
Senza accorgersene, Paolo stava saltellando, ballando, piegando le ginocchia e muovendo le braccia come un pazzo. Sudava, sbuffava, ma continuava a scuotere il barattolo sognando il dessert.
Dopo dieci minuti, Paolo crollò sulla neve, esausto ma felice. Aprì il barattolo. Dentro c'era il gelato più cremoso e rosa che si fosse mai visto.
«Wow...» ansimò Paolo. Ne prese una cucchiaiata enorme e, invece di mangiarla lui, la porse subito a Cassandra. «Assaggia tu, Volpe Scintilla. Senza il tuo fuoco, niente bacche.»
Cassandra assaggiò. Era delizioso.
«Vedi Paolo?» disse lei. «Hai fatto ginnastica senza nemmeno accorgertene.»
Paolo sgranò gli occhi, poi scoppiò a ridere. «Questo non era sport, Cassandra! Questa era... la Danza del Gelato! E quella sono disposto a farla ogni giorno.»
E così, il panda pigro e la volpe di fuoco divennero amici inseparabili. E se passate di lì e vedete un panda che balla scuotendo un barattolo, non disturbatelo: sta preparando la merenda più buona della foresta.
Fine
C'era una volta, nella Foresta di Cristallo, Cassandra, una volpe dal pelo bianco come la neve appena caduta. Cassandra aveva un segreto straordinario: le sue zampe non sentivano mai freddo perché, se si fosse concentrata, dai suoi polpastrelli sarebbero scaturite fiamme magiche di colore arancione brillante.
Cassandra voleva essere una supereroina. Si faceva chiamare «Volpe Scintilla».
All'inizio, pensava che essere un eroe significasse fare le cose in grande.
«Guardate!» gridava agli altri animali, e WOOSH! lanciava una palla di fuoco contro un vecchio tronco marcio, riducendolo in cenere in un secondo.
«Sono la più forte di tutti!» esclamava fiera, mentre gli scoiattoli scappavano spaventati e gli uccellini volavano via per il calore eccessivo.
Un pomeriggio d'inverno, il vecchio Gufo Saggio la chiamò.
«Cassandra,» disse il Gufo, «hai un grande dono, ma lo usi come un martello, quando invece dovresti usarlo come una carezza.»
Cassandra sbuffò, facendo uscire fumo dalle narici. «Ma i supereroi fanno esplosioni! Distruggono i cattivi!»
«La natura non ha cattivi oggi,» rispose il Gufo, «ha solo bisogno di aiuto.»
Quella sera, una tempesta di ghiaccio colpì la foresta. Il vento era così gelido che persino i pini tremavano.
Mentre correva verso la sua tana, Cassandra sentì un pigolio disperato. In un cespuglio intrappolato dal ghiaccio c'era Pippo, un piccolo topolino di campagna. La sua coda era rimasta incollata al terreno ghiacciato e il freddo lo stava facendo addormentare, il che era molto pericoloso.
«Non temere, Pippo! Ti salvo io!» gridò Cassandra.
Alzò le zampe pronta a lanciare la sua famosa «Super Palla di Fuoco».
Ma si fermò un istante prima di tirare.
Si ricordò delle parole del Gufo. Se avesse lanciato il fuoco con tutta la sua forza, avrebbe liberato Pippo dal ghiaccio, ma lo avrebbe anche bruciato!
Cassandra fece un respiro profondo. Chiuse gli occhi e immaginò non un'esplosione, ma il calore di una tazza di cioccolata calda, o il tepore di una coperta di lana.
Quando aprì gli occhi, dalle sue mani non uscirono fiamme alte e ruggenti, ma un bagliore dorato, dolce e costante.
Si avvicinò lentamente a Pippo. Non toccò il ghiaccio, ma tenne le zampe appena sopra. Il calore gentile sciolse il ghiaccio lentamente, goccia dopo goccia, senza spaventare né ferire il topolino. In pochi secondi, la coda di Pippo fu libera. Il topolino, sentendo quel tepore piacevole, smise di tremare e sorrise.
«Grazie, Volpe Scintilla,» sussurrò Pippo. «Sei stata delicata come una mamma.»
Quella notte, Cassandra capì la lezione più importante per un supereroe: avere tanto potere è facile, ma sapere usarne solo un pizzico per non fare male a nessuno è la cosa più difficile e coraggiosa del mondo.
Da quel giorno, Cassandra non usò più il fuoco per distruggere tronchi o spaventare gli amici, ma divenne la «Custode del Calore», pronta a scaldare chiunque avesse freddo, con la dolcezza di una candela nella notte.
Fine
C'era una volta, nella notte più fredda e silenziosa dell'anno, una strana magia nell'aria.
In una valle innevata viveva Inchiostro, una volpe dal pelo nero come il carbone. Inchiostro non era una volpe comune: amava intingere la punta della sua coda nel fango scuro o nelle bacche schiacciate per disegnare forme meravigliose sulla neve bianca. Ma quella notte Inchiostro era triste, perché il buio era così fitto che nessuno poteva vedere i suoi disegni.
Sopra le montagne, volava Rubino, un giovane drago rosso. Il suo problema era opposto: aveva troppo fuoco dentro. Ogni volta che apriva la bocca, uscivano palle di fuoco che scioglievano il ghiaccio e spaventavano gli uccelli. Rubino voleva solo compagnia, ma era troppo caldo per chiunque.
Nel mare agitato lì vicino, c'era Onda, un delfino che amava saltare. Ma quella notte, i suoi amici delfini dormivano sul fondale. Onda saltava fuori dall'acqua cercando di toccare le stelle, ma ricadeva sempre giù, sentendosi solo tra le onde gelide.
Il destino volle che tutti e tre si incontrassero sulla Scogliera del Confine, il punto esatto dove la montagna toccava il mare e la neve baciava la sabbia.
Inchiostro stava disegnando un grande abete sulla neve, ma era invisibile nel buio. Rubino atterrò lì vicino, sospirando una nuvoletta di fumo. «Vorrei poterti aiutare, volpe, ma se mi avvicino sciolgo la tua tela.»
Onda fece capolino dall'acqua. «E io vorrei giocare, ma sono bloccato qui nel mare.»
La volpe nera guardò il drago, poi il delfino, e i suoi occhi brillarono.
«Forse non dobbiamo cambiare ciò che siamo» disse Inchiostro. «Dobbiamo solo... mescolarci.»
«Onda!» gridò la volpe. «Salta più in alto che puoi e lancia uno spruzzo d'acqua nebulizzata verso il cielo!»
«Rubino!» continuò. «Quando l'acqua è in aria, non lanciare una palla di fuoco, ma soffia un alito dolce e caldo, proprio in mezzo alle gocce!»
I due animali si fidarono.
Onda prese una rincorsa abissale e saltò. Un arco d'acqua salata si alzò magnifico verso la luna.
Nello stesso istante, Rubino soffiò il suo fuoco magico. Ma non era un fuoco che bruciava; attraversando l'acqua gelida della notte, il calore incontrò il freddo e l'acqua incontrò la luce.
Successe l'impossibile.
Lo shock termico tra il fuoco del drago, l'acqua del delfino e l'aria gelida non creò vapore. Creò diamanti.
Milioni di minuscoli cristalli di ghiaccio si formarono all'istante, ma non erano bianchi. Avevano catturato la luce rossa del drago e il blu profondo del mare.
Inchiostro, veloce come il vento, usò la sua coda nera non per disegnare a terra, ma per «sventagliare» l'aria, dirigendo quella nuvola di cristalli scintillanti verso il villaggio degli umani che dormivano poco lontano.
I tre amici guardarono in silenzio.
Sulle case grigie e addormentate iniziò a nevicare. Ma non era neve normale. Erano scaglie di luce, rosse, blu, viola e nere. Si posarono sui tetti, sugli alberi spogli e sulle strade.
La mattina dopo, quando i bambini del villaggio si svegliarono e corsero alla finestra, rimasero a bocca aperta. Il mondo non era più solo bianco. Ogni albero sembrava fatto di pietre preziose. Le strade brillavano come rubini e zaffiri.
E la cosa più incredibile? Quella neve colorata non si scioglieva. Aveva un sapore dolce, come di zucchero filato caldo.
Sulla scogliera, Inchiostro, Rubino e Onda sorrisero, guardando la gioia nella valle.
Non avevano bisogno di regali impacchettati. Avevano scoperto che unendo un disegnatore solitario, un drago troppo caldo e un delfino sognatore, potevano colorare l'inverno.
E da quel giorno, si dice che l'Aurora Boreale non sia altro che il ricordo di quella notte in cui una volpe, un drago e un delfino decisero di dipingere il cielo.
Fine